Non è che è colpa della neve. La mia neve non mi ha mai dato fastidio, il mio freddo pure, la mia gente anche. Probabilmente non ci apparteniamo più. Loro a me, sicuramente. Io a loro forse mai ma me ne accorgo drammaticamente solo ora.
Non è che è una questione di luoghi, non solo almeno. I brutti ricordi nascosti con ottima dovizia di particolari qui e la mi scappano ma si fanno sentire. Magari fosse solo questo. Magari non fosse altro.
In questo mio apatico misantropico languido meschino egoistico fine di anno sospeso tra autunno ed inverno mi trovo in un posto dove non vorrei essere espatriato in una patria non mia, compatriota in un luogo che da salvare ci è nulla. Forestiero sempre e comunque. Ovunque. Nevica.
La gente crede che vivo alla giornata magari, altra al contrario, crede che abbia già tutto pianificato. Nessuna delle due solo la consapevolezza che la vita è a scadere ed è chiusa in un vuoto a rendere. Anche quando è finita rimane la fregatura se non lo si passa alla cassa per chiedere la restituzione dei soldi.
Non credo che starò tanto bene, almeno per i prossimi tre quattro mesi. Poi... poi un po' di luce due tre sorrisi e un po' di calore e avanti con il ciclo. La consapevolezza di una indipendenza duratura da me stesso che non esiste pesa già ora. Sarò altrove poi, come ora. Come ora senza capire perché non riesco a godere di nulla come è normale che sia. Anormale me stesso! Poi si ricomincerà timidamente a pranzare, un paio di chili in più un po' di convivialità e di maschere tanto per... per nascondere la realtà. C'est la vie.
Devo trovare un modo per fare le cose meglio, no sbaglio: per fare le cose come VOGLIO. Come penso che vadano fatte. Questo non necessariamente è bene.
Non una città differente, non un paese Stato o nazione. Solo un piccolo angolo dove potermi talvolta fermare guardare contemplare ammirare. Ascoltare. Raccontarmi una storia, di quelle di un tempo bambino.
Mio
Ecco un piccolo racconto per voi:




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