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Sunday, 10 July 2011

Summer School (08/07/'11)

Che senso ha tutto questo? 
Stimare l'incertezza con la quale si misura la realtà. Stimare analiticamente gli eventi rari. Fallimenti e successi.

Che senso ho io. Apparentemente, a mio avviso, nessuno. Sono solo io che mi dono un senso. E' facile sapete, si mescolano come in carte da gioco obiettivi e scopi, pretese ed attese. Speranze. Semi differenti con tutti i bei colori delle costrizioni della società delle restrizioni di quello che hai deciso essere la tua storia. Ecco fatto il mazzo truccato.
Capisco sempre meno ultimamente, mi sembra che la Vita non sia altro che un baro che con il sorriso fisso sul volto che dice: "fate il vostro gioco!". Da giocare, con i bari, c'è poco. I giochi sono già fatti, prima. 
Non è questione di essere o sentirsi sotto pressione, o meglio, lo è anche ma è pure molto altro. E' il fatto che non essere contento di te stesso ti porta a pensare che, visto che non è nulla di nuovo ANZI, qualcosa sta sfuggendo dalla tua statistica da tempo. Quella che ti eri messo in testa. Probabilmente (molto) il modello è sbagliato e non funziona. Ciclicamente, puntualmente ti viene ricordato con misera gentilezza e poi tutto si inceppa. Ma credetemi, fa lo stesso perché tutto è destinato a finire. Tra un po' sarà ancora illusione. Poi un nuovo mazzo ancora sigillato per chi ci vuole credere. Per me. Per lo stesso baro. 
Poi ancora ci si racconterà ancora bugie come uomini normali.
Poi sarà il crepuscolo e tutto finirà in un falso orizzonte di tremenda desolata bellezza. 

Vorrei staccare tutto, qui subito. Ora. Sparire nel nulla senza avviso e vagare senza meta. Diventare un esile forma senza colori, odori o forme particolari. Vorrei la libertà di muovermi inosservata tra la gente attraverso la gente. Senza deviazioni. Scivolare nel mondo sneza lasciare impronte, tracce. 
Piccolo sogno... o forse desiderio questo di chi ama troppo giocare. Di chi non sa raccontarsi la sua verità.
Di chi non appartiene a se stesso.


Mio


Friday, 20 May 2011

Noruwei no Mori (Norwegian Wood) -Murakami Haruki


Cos’è stata la lettura di Norwegian Wood? No, comincio dall’inizio.
Ho acquistato questo libro subito dopo aver terminato Dance Dance Dance, libro che ho amato molto e che mi era stato consigliato da un’amica. La scrittura di Murakami Haruki, mi piace perché leggera ma, soprattutto almeno per me, è acqua fresca mi ravviva. Allora come ora che la lettura mi chiama ancora, ora che traggo ancora piacere da ciò che leggo.Dopo un anno e mezzo o giù di li.

Ma parliamo di questo libro, dei personaggi dei tratti salienti che Murakami sa plasmare tra le sue linee scritte. Norwegian Wood libro noir per qualcuno, un libro malinconico, blue, per me. Nel blue non ci ho mai trovato nulla di male, solo, talvolta, da un po’ troppo di contagioso distacco dal mondo. Credo che questo libro dia con estrema acutezza il senso della Vita quando questa lo perde. Quello che ho capito e condivido in questo libro è il senso di fragilità estrema della nostra esistenza. Talvolta un lieve peso in più conduce a quel senso di inutilità che è del tutto personale, dal quale si riesce difficilmente a rifuggire. Indipendente da qualsiasi giudizio esterno, solo noi si può essere felici per noi stessi, nonostante tutti i riscontri positivi o negativi che l’esterno, gli altri, mai ci daranno. Bisogna salvarsi da noi stessi, non avere la minima speranza di essere salvati da altri, la presunzione di salvare altri. Questo credo che sia il senso dei due unici “superstiti”, due personaggi opposti, Reiko e Nakasawa. Opposti come facce di una medaglia, personaggi che per differenti motivi hanno capito, a mio parere, questa lezione. C’è che, invece, come Watanabe che non si rassegna per ciò che non ha potuto fare per il suo grande amore e non si accorge che questo lo conduce lontano dalla Vita ma pure dalla morte. Da altri amori. Vita sospesa tra un senso di responsabilità per Naoko e che impedisce di trovare la felicità piena con Midori. Fluttuante a metà che è quello che si potrebbe chiamare sopravvivere. Un libro fatto di martiri per una causa persa, la redenzione degli altri, la nostra redenzione attraverso gli altri.
Questo è per me Norwegian Wood, si è soli si vive in compagnia e si morirà sempre soli. La possibilità, l’unica per non soffrire, o meglio soffrire il meno possibile, è riuscire a costruire uno schema di condotta personale che non implichi ripensamenti. Perché di rimpianti o rammarichi ce ne sarà sempre qualcuno ma se si sbaglia, almeno, lo si fa bene altrimenti non si impara un granché. ;) Altrimenti ci si trova a vagare senza meta in luoghi prima sconosciuti. Luoghi fisici e mentali non dei più belli.
Credo che questo discorso potrà suonare terribilmente freddo egocentrico e presuntuoso. Sapete, probabilmente lo potrà anche essere ma l’alternativa non è sicuramente migliore o almeno io non ne vedo di migliori. La condivisione totale come elemento fondante di una crescita personale non credo che sia corretta per noi in primis, il riscontro degli altri ancor meno. Ma, di contro, credo che entrambe siano indispensabili per una crescita collettiva (di coppia o sociale) del tutto non secondari. Questo, per me, è il messaggio di questo libro. Chi riesce a trovare la pace in se stesso, la sua pace personale, troverà la sua meta. Effimera, consistente, condivisibile o rigettabile. Non conta. Poi la Vita, già di per se, non fa prigionieri, se poi noi ci si costruisce prigioni si gioca contro noi stessi.
Da evaso e continuo fuggiasco talvolta penso a che senso abbia tutto questo mio incespicare racchiuso in due esili parentisi che non ho deciso di tracciare tracciate.

Mio


PS: ed io che te lo volevo regalare a te! Mi è andata male... ;)
PPS: anche "L'arte di correre", sempre di Murakami Harauki non è male... ma io preferisco la bicicletta. Ah la bicicletta :.(

PPPS: allora Miss Refuso :P ho corretto il nome e altre cose, sicuramente me ne sono scappate altre ma ci ho la testaccia stanca questa sera... che poi, chissà perché, a me MI piace "lasciare gli errori" anche se non è bello e rispettoso per chi legge... 

Saturday, 16 April 2011

Echi

Ho ricominciato a leggere dopo circa un anno e mezzo, è ufficiale credo. Ora è la lettura che mi cerca, non io Lei. Chissà se durerà, chissà.
Ora esco da questo mio non-lavoro con sempre più certezze agnostiche. Consapevole che la natura personale va accettata altrimenti ci si forza, sforza. Ci si rompe. Probabilmente questo è un limite che esiste per chi non si capisce, di chi crede di essere solo una determinata cosa o un insieme di cose. Quando invece si è "altro". Mi chiedo del mio "altro", ora. Esiste?

Decisamente dove sono adesso le mie percezioni sono differenti. E' normale, qui io sono estraneo a loro, loro a me e in tutto questo la cosa più semplice è sembrare bizzarro e differente. Questo induce libertà da un lato ma produce decantazione dall'altro, un deposito consapevolezza. Non mi ha mai fatto bene, la consapevolezza intendo, eppure mi trovo sempre ad armeggiare questo misterioso oggetto che mi trovo tra le mani senza neppure chiederlo.

Ho ricominciato a leggere, dicevo, ed ora ogni volta che chiudo il libro mi chiedo come e cosa siano stati tutti quei mesi rivolti con lo sguardo oltre il finestrino su paesaggi sempre uguali dettati dall'incedere di un treno sempre uguale. Scanditi da quelle musiche sempre uguali pure loro.
Mi chiedo cosa sia ora quella stessa stazione quello stesso treno. Del mio viaggio di ora, la mia meta alla fine del poi. Mi chiedo il senso di tutta questa mescolanza di genti, odori, colori e sapori. 
Fuori in questo momento c'è il sole che dovrei bramare di prendere tra le dita, ma non lo faccio. Dentro c'è la stagione mai inedita di chi si chiede se tutto questo, poi, un "VERO" senso lo abbia.

In questi echi passati che mi trovo proiettati da un futuro prossimo mi chiedo se ciò che chiamano pienezza non sia solo l'assenza di vuoto.

Buon fine settimana,

Mio



Saturday, 9 April 2011

Carne da voto

Scusate la lunghezza, ma se vorrete leggerlo credo che ne valga la pena, così come e soprattutto un vostro parere.

Alfredo tende sempre a rimanere pacato e ci riesce su quasi tutto. Quasi. Non è solito bestemmiare ed  imprecare a ripetizione. L'ho sentito tirare entrambe al cielo del suo stato. L'Italia.
Quanto segue è un'elaborazione per chi come lui vive all'estero. Dopo ciò che mi ha dette e ciò che ho sentito non penso che stare fuori (non per scelta ma per necessità) è poi così "più facile", è facile come per coloro che dentro sono restati e che sono in prima linea. Nulla di più ma neppure nulla di meno. 

Italiani residenti all'estero, voi che avete l'OBBLIGO di iscrivervi all'A.I.R.E., non me la sento proprio di dirvi è una regola e bisogna seguirla. Le regole ingiuste non dovrebbero essere mai seguite, questa è l'unica regola. Poi, fate voi. Questioni di coscienze.

Fate che partite, che la sciate amici casa famiglia. Che lasciate posti che vi hanno INSEGNATO essere stupendi e che REALMENTE lo sono. Che lasciate una CULTURA e un'identità che vi hanno INSEGNATO essere stata senza paragoni che vi hanno INSEGNATO a gustare apprendere. A bagnarvi con lei a restare stupiti della sua bellezza. Peccato che non vi hanno INSEGNATO a esserne immuni. Peccato davvero.
Fate che andate in uno stato estero oppure extraeuropeo e che magari oltre a qualche parola per la sopravvivenza spiaccicata in inglese conoscete altro. Fate che può essere che pure, l'inglese, non sia poi così conosciuto dove andate. Talvolta succede quando si emigra. 
In tutto questo metteteci che il vostro stato, l'Italia, vi dice che siete OBBLIGATI ad iscrivervi all'anagrafe estera del paese dove abitate (chiamando le cose con il loro nome sarebbe meglio LAVORATE) e vi dice che poi perderete tutti i diritti assistenziali. Che in l'Italia vi emetterà fattura in occasione di un VOSTRO ricovero nel VOSTRO stato nel quale avete la CITTADINANZA. Insomma che sarete trattati, poi, come un perfetto STRANIERO. 
Fate che un giorno, non so diciamo vi prenda una cosuccia tipo tumore, epatite, leucemia, qualche scompenso endocrino o un bell'incidente grave o un'altra cosuccia che richieda un po' di ricovero, perché no delle salutarissime trasfusioni di sangue altrui visto che chiamare un possibile famigliare (o amico) compatibile mica si può se sta con la sua famiglia o nel suo (non più nostro) stato. Ed allora succede che in reparto ci stai da solo (ma questo lo si può sopportare ma forse i famigliari no), ed allora succede che pensi speriamo che il sangue sia pulito, il medico non sia un macellaio. Per una garza o pinza dimenticata da qualche parte in pancia no, quello no.
Questo è quanto, l'Italia vi lascia col culo per terra a casa vostra e a casa d'altri. Voi dovete farvi il culo per farvi rimborsare dallo stato in cui vivete per esservi fatti curare nella vostra PATRIA. Se la sanità del paese dove vivete è pubblica va un po' meglio se è privata forse potrebbe essere l'ora dei mutui. 

Sapete mi chiedo allora che differenza ci sia tra un cittadino italiano e un cittadino italiano che risiede all'estero. Faccio prima a pensare e a dirvi a ciò che resta: il diritto al voto nello stato in cui  vivi (lavori)! Grazie patria natia, mi lasci la possibilità di votare un mafioso su una lista elettorale truccata a priori su cui, come tutte le cose in Italia, scegli tra zuppa e pan bagnato.

Questo era il preambolo di Alfredo, le sue osservazioni. Poi è partito per la tangente nel senso che lo sfogo è uscito naturale prepotente. Più o meno è stato questo:

"Brutti figli di puttana! 'fanculo a voi e 'fanculo a chi vi ha messo al mondo! Fuori dall'Italia si è solo un voto, carne da voto. Ficcatelo nel culo il mio voto! Io per me se mi date la scheda mi ci pulisco il culo! Banda di mafiosi, lecchini paraculata fottuti! A voi vi auguro di trovarvi  a risiedere all'estero in un bel paese sospeso tra epatite, AIDS e malaria. In un paese che non sapete capire la differenza tra "lei ha un tumore", "lei ha una fistola" e "lei sta per morire". Vi auguro di passare per le mani di un macellaio piuttosto che da una persona che ne capisce del suo lavoro e vi auguro tante belle trasfusioni con tanti bei regalini dentro. Come con la sanità l'Italia degli anni ottanta. Ah sì e vi auguro che abbiate a che fare con una sanità non pubblica, tanto mica è una conquista da garantire ai tuoi cittadini sempre l'accesso gratuito alle cure.
Se siete esitanti non vi preoccupate, vi ci accompagno io in India, Cina America del sud o Africa ma anche in europa un posticino lo si può sempre trovare. Vi terrò compagnia nel viaggio e poi, appena arrivati, vi dirò "tante belle cose"! ve le auguro davvero le mie belle cose.
Cazzo a testa in giù ancora, tutti. 'fanculo!"

Sapete comprendo lo sfogo, in parte credo che sia pure giusto. Non credo che una persona che vive all'estero debba, non pagando alcuna tassa nel suo paese d'origine, usufruire di tutte le cure sanitarie come un normale cittadino. Credo solo che le cure non secondarie e più importanti, quelle straordinarie, DEVONO essere garantite sempre e comunque. Un ricovero per malattie gravi nessuno lo cerca e se uno stato non garantisce per i suoi cittadini all'estero vuol dire solo che di loro se ne frega e ne può fare a meno. Nessuno intraprende un viaggio magari di migliaia o decine di migliaia di chilometri per farsi un esame del sangue, un'ecografia o una lastra e neppure per farsi mettere un gesso o per chiedere una scatola di pastiglie. Lo fa perché magari quel viaggio potrebbe essere anche l'ultimo. Non sarà per quelle persone che la sanità italiana andrà a ramengo, non credo proprio. Vergogna ed indignazione la provo pure io come Alfredo.
Quasi nessuno emigra dal suo paese d'origine per diletto. Se lo fa per un lavoro che reputa giusto per ciò che ha investito sulla persona. Per tutti i sui sacrifici e quelli della sua famiglia. Per un suo futuro migliore e perché no, pure per quello dello stato di provenienza al quale potrebbe dare ciò che ha appreso fuori.

Troppo tempo fa l'Italia è stata terra di Rinascimento, mi chiedo se ora non sia solo terra di omicidio sociale. Ah dimenticavo W L'ITALIA!!!


Mio


Una versione che non conoscevo ancora. 1991 CAZZO!



e questa senza farlo apposta...



Sunday, 13 March 2011

Thus Spoke Alfredo: quando le parole hanno anche altri sensi

... e poi mi disse: "Sai, un giorno vorrei saper raccontare storie..."

vi presento Alfredo:



Buona serata e settimana,

Mio

Tuesday, 8 March 2011

Pleasure-less: Back to Life

... era domenica. Un giorno di sole.


Non finisce mai lo stupore in quelle domande banali, risalta come sole negli occhi, accieca. Talvolta ci si gira con lo sguardo altrove, talvolta. Quelle parole non lasciano scampo, ti dicono che poco va bene, ad essere sincero forse pure nulla. Sai cosa non capiscono loro, gli altri. È la mancanza di gusto che si chiama Piacere. Non capiscono il perché, loro. Non riesci a spiegarlo tu. Che poi da spiegare cosa ci sarebbe?

Piacere nullo nel cibo assimilato, poco talvolta pochissimo, senza gusto, varietà e necessità. Non è questione di non saper cucinare, la domanda è: "Perché farlo come si deve?". Sì, piacere appunto. Lo so. Non è il tuo essere fuori da ogni contesto sociale, amicale. Ti direbbero egocentrico ed egoista, Loro. Probabilmente hanno ragione, sarà che non mi lamento di ciò che non ricevo e non credo che mi si possa giudicare per ciò che non sono riuscito a dare negli ultimi tempi.
Piacere nullo per il tuo corpo per il tuo spirito. Non un movimento differente da poterlo chiamare esercizio, non letture cercate per curiosità, omesse dalla quotidianità. La musica, sempre quella. E i pensieri, di altri, i tuoi non cercati ed assenti. Rispettivamente.

C'è qualcosa di sbagliato, di profondamente sbagliato in tutto questo. Rasserenerebbe un po' se ci potessi mettere sopra l'etichetta Incoscienza, ma su di me non attacca. Tutto pensato, pianificato consapevolmente. Razionalmente. Ma ora non è che esistono "scuse", non più. Gli altri, la gente, ça va per loro. Per te ancora no. Non sei ancora passato oltre, che poi sei tanto curioso e forse troverai niente. Ma non è la tua misura delle cose quella prima bisogna arrivarci e cambiare strategia per farlo, visto perché fino ad ora non ha funzionato. Poi, si vedrà.

Tra pochi giorni tu e il tuo pubblico, che ancora non conosci che non hai chiesto e ti hanno dato ti accoglierà. Una platea da intrattenere, rehearsing sì, come no! Tu e una linea di demarcazione una frontiera. Nuova. Eccitante. Difficile. Comunque passerà e lascerà  i sui strascichi buoni o cattivi. Amo le scadenze per la loro  pregevole caratteristica che sono destinate a passare.

In questo vento leggero che si atteggia ad invernale, come un vecchio che borbotta e sbuffa lievi raffiche a ripetizione sapendo che poi saranno le ultime, vi lascio. Prima che cali il sole, Marcovaldo deve dirmi cosa sta combinando nelle sue stagioni di vita.

Buona giornata e settimana. A risentirci.


Roberto




Sunday, 27 February 2011

Autoritratto

Cosa è cambiato in un anno? Nulla? No, poco. La sensazione di inconsistenza sempre li in attesa e poi in attacco a volo di falco. Preso! Realtà che ti coglie smarrito impotente. Impunemente, Lei. Le cose preziose e cercate non fanno mai sconti, nel bene e nel male.

Ancora Lui, Faber,  nelle orecchie e di speranza a riempire il futuro i pensieri. Se solo gli occhi non fossero di veggente cieco, i tuoi. Senti tutto ad un passo li, dietro l'angolo irraggiungibile per ora. Ora.
E quel buco allo stomaco, nuova Sensazione latente ed imperante, che ti coglie improvvisa e diventa voragine. Rapace pure Lei. Silenziosa ti parla: "Lascia che sia, lascia perdere. Accetta.". No, non ce la faccio o lui o me, lo devo a me stesso. Non si fanno prigionieri, non sarò prigioniero.

Sono passati pochi giorni da quando pensavo al mio "piano B", un piano di fuga per restare. Potrei farlo e nessuno se ne accorgerebbe, solo io. No, non sarà fuga e neppure "piano B". Sarà più difficilmente riempire il vuoto che mi ritrovo a fronteggiare in una mente chiusa e serrata che non riesco a scardinare dalle suo posizioni ferme reazionarie. Statiche. Deludenti.

Dovrà essere danza fluttuante di farfalla e colpo a sorpresa con pungiglione d'ape. Ampliare la mia conoscenza oltre a ciò che ora è indotto dal flusso forzato delle scelte. Saranno le cose più semplici come lo studio per diletto, la lettura per riposo, il non-lavoro come un non-gioco consapevole che tutto questo non si replicherà mai.

Il dolce e l'amaro mescolati nel gusto forte e duro e secco saranno poi fragranza di quiete e calma. Di attivo riposo. Saranno il mio piccolo me stesso. Tratti di un quadro che invecchierà nelle segrete di un passato che è ora. Di un futuro sempre giovane che non si conta con il metro dell'età.

Nessun diavolo, solo un patto con me stesso. Forse, questo, è pure peggio.
Spero di rispettarlo.

Mio


Lo so, ancora. Ma questa è la mia linea di passaggio. Di andata e ritorno. Ora come un anno fa. Mescolare ciò che non si può distinguere... emulsione la chiamava qualcuno


Monday, 21 February 2011

Indole(nte)!

In questa staticità che si porta leggera di continuità in continuità mi dimeno, mi dibatto. Non voglio accettare il fatto e quotidiano e normale e dirompente. Mente indolente!

E non servono parole perché non trovano soluzione ma solo assoluzione. E non serve dire perché esiste comprensione ma nulla più. E' molto ma non sufficiente. 
E tu che dall'altro lato di te stesso vedi solo nulla di ciò che vorresti. Tu che quasi tutto è diventato incolore insapore insensibile. Cibo senza gusto consistenza, vita di un TUO mondo ingiusto, assenza.
Un passo dopo l'altro Consapevolezza ti affossa  le gambe nel TUO fango, nella TUA melma.

Smettete di gettare perle.
Non mi appartengono.
Non voglio averle.

E la tua mascella si serra e le mani additano non curanti del freddo frutti di una stagione che sembra aver perso il divenire.

Mio


Finirai?

Wednesday, 16 February 2011

Perle ai porci

E poi cominciò a parlare più o meno così...
"Sai non è questione di fare o non riuscire a fare le cose. Si parla di un qualcosa racchiuso in pacco con un fiocco a "qualche modo".
 Le cose se non hanno un senso glielo si trova, questo è vero quasi sempre. Il quasi è molto importante è assoluto. Se un percorso si deve chiudere vuol dire che non ci sono alternative. In un processo nato aperto, invece, tutto questo perde di senso. Trascende in chimera, discende la china. Si sposa con malessere e tensioni e frustrazioni perpetuati. Questo realmente ha poco senso. Un percorso nato aperto è fatto di prospettive(!), aspettative(!?) e certezze(?!?). Di solito si comincia con un salto nel buio pieno di vuoto e poi... c'est la vie.
 Sai, non è questione di fatica. E' questione che sono consapevole che una parola mal posta è molto, troppo. Una congiunzione in più, ben piazzata, è sufficiente. Stroncato, poi. Sai, la porterò in cima pure questa volta ne sono pressoché sicuro anche se il senso proprio non lo vedo anche perché comunque un senso, tutto, sembra averlo perso da tempo. Ho fallito. Eppure non ho sbagliato lo slancio, al tempo era il senso della sfida  l'oltre etc. etc. credo che oltre non posso andare. Semplicemente. Oltre non è un confine tracciato a date e scopi e obiettivi e sfide. Oltre ha un senso impercettibile, Oltre ha l'effimera leggerezza della pienezza assoluta. Sono lontano da tutto questo. Ma non mi aspetto che tu lo possa capire, non preoccuparti è normale.
Solo una cosa, non credere che abbia sbagliato i conti, li ho fatti bene io, i conti. Tutto torna e mi torna. Ma tutto questo non riempie di senso le mie esclamazioni, le mie interrogazioni aperte o con punto alla fine."

Questo è quanto più ricordo per ciò che mi ha detto Alfredo. Non ci ho capito molto se non che l'unica cosa che ora lo smantella poco a poco è ciò che crede essere consapevole che mai raggiungerà. Avete presente il poter toccare il limite il sentire completamente nelle vostre possibilità tutta la normalità che vi circonda dentro ma allo stesso modo non poter fare nulla per emergere oltre quel personale stato interiore? Credo che sia questo.
Ieri sono passato a trovarlo, Alfredo. La dove sta troppe ore della giornata con i gomiti appoggiati su una scrivania i capo chino tante su carte con graffi incomprensibili come di chi tenta di mettere in equazione ciò che soluzione non può trovare.
Forza Alfredo.

Mio

Questo è "lui". Mi è restata sulla fotocamera mentre provavo come funzionasse. Stranamente mi ha lasciato pubblicarla (?).

Sunday, 6 February 2011

Verno

Per chi non capisce.
Per chi silenzio non pesa.
Per chi assenza è presenza posticipata.
Per chi di furore vive e dalla sua guerra personale non è mai uscito.
Per chi un anno fa parlava d'inverno ed ora pesantemente vuole brandire lama d'estate per tagliare i sui giorni.

Ne resterà soltanto uno tra di noi. Prendimi e stuprami e seviziami. Solo le mie carni puoi toccare. Maltrattare e ancora e ancora.
Corro sul filo di saetta sono lucido e riflettente ma nessuno lo vede.
Assente.
Nella mia salita, oltre.
LA MENTE NON HA LIMITI.

Mio



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